Sicurezza abbigliamento: la parola alle aziende chimiche

“Ormai, tutte le imprese chimiche italiane si sono dotate di un codice di autoregolamentazione e questo, insieme al rispetto delle leggi vigenti e delle esigenze del sistema moda, garantisce il consumatore. Quello che si potrebbe fare ulteriormente è un’attività di informazione alla filiera e al consumatore sui rischi potenziali e sull’impiego delle aziende a superarli”. Roberto Pasini, presidente di Dye-staff, consorzio che raduna 13 aziende dei coloranti per il tessile, la carta e il cuoio con un fatturato complessivo di circa 90 milioni di euro l’anno e 260 dipendenti, spiega così la posizione dell’industria chimica davanti ai ciclici allarmi sulla sicurezza per la salute dei vestiti che indossiamo.
“E’ giusto promuovere l’utilizzo di sostanze chimiche meno inquinanti e nocive possibili – sottolinea Pasini – ma ciò dovrebbe essere fatto in condizioni economicamente sostenibili per le Pmi del settore, che rappresentano l’80% del mercato. Anche perché per produrre a basso impatto i costi aumentano del 30-40%” In verità, passi in avanti le imprese del comparto, quelle associate a Federchimica, li hanno fatti da tempo. E continuano a farli: ne è un esempio il progetto, condiviso con la Camera della Moda e con altri attori della filiera, per creare un unico capitolato di sostenibilità. “Ma è uno step in più: perché la normativa italiana è già oggi una delle più stringenti che c’è in materia di sostanze nocive”, osserva Maurizio Colombo, coordinatore del gruppo di lavoro di Federchimica che segue da vicino i regolamenti Ue (Reach e Clp) in materia di sostanze tossiche.
All’interno del comparto moda, bisogna poi considerare tutto il mondo del cuoio e della pelle che è tra i più importanti a livello mondiale. “Ricordo che questo comparto valorizza al meglio quello che altrimenti sarebbe un residuo di filiera dell’allevamento”, aggiunge ancora Colombo. In che modo? “Attraverso un processo antico – risponde – che si è sempre più evoluto con trattamenti specifici che prevedono l’impiego di prodotti chimici per trattare pelli grezze, per garantire la lavorabilità e morbidezza, per dare il colore che corrisponde ai dettami della moda e delle richieste di arredamento, per ottenere quegli effetti di lucentezza o gli effetti particolari che troviamo, ad esempio, nelle calzature. I nostri prodotti hanno caratteristiche di qualità che vengono riconosciute in tutto il mondo”
Non basta, però. La qualità, spesso, non paga. A tenere sotto scacco le nostre imprese è l’agguerrita concorrenza degli asiatici. Non a caso, le fibre chimiche (dette anche “man-made”), che rivestono oggi il 70% dei consumi mondiali di fibre tessili, arrivano in buona parte dall’Estremo Oriente. E il primo produttore, con una quota del 66%, è la Cina che esporta in Europa prodotti meno costosi e già trattati con dei coloranti. Ma anche potenzialmente meno sicuri e che le aziende di moda o di altri comparti del mondo tessile e del cuoio potrebbero ritenere più convenienti.
Fenomeno, quello della concorrenza sleale, che potrebbe allargarsi a macchia d’olio anche a causa del regolamento europeo Reach (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals), che mira a creare un registro delle sostanze chimiche prodotte e distribuite in Europa e, quindi, anche in Italia. Entro il 2018 questo processo finirà e si prevede che avremo alla fine registrato circa 30mila sostanze chimiche, con una maggiore conoscenza e consapevolezza per utilizzarli in maniera sempre più sicura.
“Con il Reach – conclude Pasini – dovremmo registrare tra i 200 e i 500 coloranti per azienda. Il costo medio di ognuno di essi è di 30mila euro, in alcuni casi si può arrivare fino a 200mila euro. Meno sono i registranti, più costa la registrazione. E’ un meccanismo che il regolamento fa funzionare così. E quindi si tratta di un problema di sostenibilità finanziaria per le Pmi italiane, ma non solo”.